Normativa

Ritorno delle tariffe minime per i professionisti: il nuovo disegno di legge

Commissione Giustizia Camera

Dalla liberalizzazione totale al ripensamento

Il percorso che ha portato all'attuale situazione è iniziato quasi vent'anni fa. La svolta liberalizzatrice è arrivata con la riforma Bersani del 2006, che ha eliminato l'obbligatorietà delle tariffe minime per le professioni. Il colpo definitivo è stato inferto nel 2012 dal governo Monti, con il decreto Liberalizzazioni che ha abolito completamente i tariffari degli Ordini, sostituendoli con la libera contrattazione tra professionista e cliente. Nello stesso anno, però, il Ministero della Giustizia ha emanato il Decreto 140, che ha introdotto parametri di riferimento utilizzabili dai giudici nelle controversie sui compensi professionali.

Le ragioni del cambio di rotta

Perché dopo oltre dieci anni si torna a parlare di compensi minimi? La risposta sta negli effetti inattesi della deregolamentazione completa. In molti settori professionali, dalla sanità all'ingegneria, si è innescata una dinamica distruttiva dove i compensi sono scesi a livelli che rendono difficile garantire standard qualitativi adeguati.

C'è poi un altro aspetto spesso sottovalutato. L'assenza di soglie minime ha spalancato le porte a operatori con logiche industriali e capitali consistenti, che possono permettersi di praticare prezzi insostenibili per i professionisti individuali grazie alle economie di scala. Questo sta trasformando professioni tradizionalmente personali e relazionali in servizi standardizzati e parcellizzati.

Il cuore della proposta legislativa prevede l'elaborazione di compensi minimi calibrati sul costo della vita reale, con meccanismi di aggiornamento che seguano automaticamente gli indici economici nazionali.
Il ruolo degli Ordini professionali verrebbe significativamente rafforzato: non più semplici enti di rappresentanza, ma organismi con funzioni di definizione parametrica, monitoraggio e controllo. Il potere disciplinare potrebbe estendersi fino a sanzionare chi accetta incarichi con compensi considerati inadeguati.

Cosa dice la giurisprudenza europea

Un problema fondamentale potrebbe essere la compatibilità con il sistema giuridico europeo. Le norme comunitarie sulla concorrenza e sulla libera circolazione dei servizi guardano con estremo sospetto a qualsiasi meccanismo che fissi prezzi minimi obbligatori.

Le sentenze della Corte di Giustizia UE degli ultimi anni hanno tracciato una linea piuttosto netta. Nel gennaio 2024, con la causa C-438/22, i giudici europei hanno dichiarato che sistemi di tariffe minime vincolanti decisi dagli Ordini professionali e resi obbligatori dalla legge nazionale contrastano frontalmente con le norme sulla concorrenza. La Corte ha stabilito che in questi casi i giudici nazionali devono disapplicare direttamente le norme interne.

Tuttavia, una sentenza del luglio 2019 (causa C-377/17) ha riconosciuto che possono esistere eccezioni quando sono in gioco interessi generali di rilievo. La tutela dei consumatori, la garanzia di qualità dei servizi, la trasparenza del mercato: questi obiettivi possono giustificare limitazioni alla libera concorrenza, a patto che siano proporzionate e davvero necessarie.

Dalla giurisprudenza emerge che un sistema di compensi minimi potrebbe superare il vaglio europeo se:

  • Le tariffe sono stabilite dall'autorità pubblica con un processo trasparente, non lasciate semplicemente all'autonomia delle categorie professionali
  • Esiste una dimostrazione concreta che servono a proteggere interessi collettivi fondamentali, non solo gli interessi economici dei professionisti
  • Sono calibrate in modo da non eccedere quanto strettamente necessario agli obiettivi dichiarati
  • È provato che senza questi meccanismi si verificherebbe un effettivo deterioramento della qualità dei servizi con danno per i cittadini

Analizzando il disegno di legge 2456 alla luce dei criteri europei, emergono diverse criticità:

Il protagonismo degli Ordini professionali rappresenta un problema nel quadro legislativo europeo. Attribuire a queste organizzazioni sia il potere di definire i parametri economici sia quello di sanzionare chi non li rispetta potrebbe essere interpretato come un accordo tra "associazioni di imprese" per fissare i prezzi, esattamente ciò che l'articolo 101 del Trattato vieta.

Un momento cruciale per la deliberazione

Le prossime settimane di discussione parlamentare saranno cruciali. Il legislatore italiano si trova a dover compiere un difficile esercizio di equilibrismo: proteggere effettivamente i professionisti e la qualità dei servizi, rispondere alle legittime istanze delle categorie, ma farlo entro una cornice giuridica europea che lascia margini ristretti.

Il rischio più concreto è quello di approvare una legge che, per quanto ben intenzionata, finisca rapidamente travolta da procedure di infrazione e sentenze di disapplicazione.

La vera sfida non è tanto reintrodurre le tariffe minime, quanto costruire un sistema di tutele che sia contemporaneamente efficace per i professionisti, vantaggioso per i cittadini e compatibile con i principi fondamentali del mercato unico europeo.

È un triangolo difficile da chiudere, ma con le giuste accortezze tecniche e un confronto serio con le istituzioni europee, potrebbero esistere margini di manovra per trovare soluzioni innovative.

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