Il test di ingresso tramutato in selezione prolungata
L’idea di fondo del semestre filtro era di spostare la selezione dal test d’ingresso “secco” a un periodo iniziale di didattica e verifiche. Nella pratica, però, il sistema resta a numero programmato perché l’accesso al prosieguo del corso dipende comunque dalla graduatoria e dai posti disponibili.
Questa distinzione è importante: cambiano tempi e strumenti, ma la pressione selettiva non sparisce. Anzi, per molti studenti si trasforma in una selezione più lunga e percepita come più logorante.
I dati che hanno acceso l’allarme
Il primo elemento “concreto” che ha alimentato le polemiche sono i risultati dei primi appelli: diverse ricostruzioni giornalistiche parlano di percentuali di promossi nell’ordine del 10–15% nelle materie chiave, con un quadro considerato abbastanza omogeneo tra territori.
Su alcuni atenei, il punto critico sembra essere Fisica, con tassi di superamento riportati come particolarmente bassi (in alcune sedi attorno al 10–12%).Se i promossi restano troppo pochi rispetto ai posti, si rischiano posti “vuoti” o comunque un sistema che fatica a riempire correttamente la coorte prevista.
Sta crescendo, inoltre, la pressione per introdurre correttivi “in corsa” (che, però, hanno impatto su percezione di equità e certezza delle regole).
Il correttivo in discussione: graduatoria più “inclusiva” e recuperi
Proprio per evitare che l’impianto si inceppi, nelle ultime settimane è emersa l’ipotesi di ammettere in graduatoria anche chi non ha raggiunto la sufficienza in tutte le prove, prevedendo però recuperi dei crediti in una finestra successiva (con scadenze indicate nell’inverno 2026).
È un passaggio delicato: da un lato “salva” il funzionamento del sistema nel breve periodo; dall’altro apre un tema di coerenza con l’idea di selezione basata su prove standard.
La risposta della ministra Bernini agli studenti indignati
Nel frattempo la contestazione è uscita dalle università ed è diventata caso politico. L’11 dicembre 2025, durante un evento pubblico, gruppi di studenti hanno contestato la ministra Bernini sostenendo che con il semestre filtro “rischiano di perdere un anno”; la risposta della ministra (con l’espressione “poveri comunisti”, riportata da più testate) ha ulteriormente amplificato il dibattito mediatico.
Qui il punto non è solo “di tono”: quando una riforma viene percepita come instabile o poco gestibile, la comunicazione istituzionale diventa parte del problema (o della soluzione).
Il fronte dell’irregolarità e sfiducia nelle prove
Un secondo filone di controversie riguarda la fiducia nella regolarità e uniformità delle prove. In alcune ricostruzioni sono state riportate testimonianze e segnalazioni social su possibili irregolarità (telefoni che squillano, smartwatch, controlli non uniformi), con richieste di interventi e verifiche.
In più, è stato riportato anche un tema di errori/criticità nelle prove (in particolare su Fisica in un appello), elemento che, quando si parla di selezione nazionale, pesa moltissimo sulla credibilità dell’intero impianto.
Come potrebbe evolversi nei prossimi mesi
Nei prossimi mesi la tenuta del semestre filtro si giocherà soprattutto su un punto semplice: la prevedibilità delle regole. Se il sistema verrà aggiustato con interventi limitati e ben motivati, potrebbe stabilizzarsi e ridurre parte della conflittualità. Se invece i correttivi dovessero moltiplicarsi, il rischio è di aumentare la percezione di incertezza e di alimentare ulteriormente proteste e contenziosi.
Un altro snodo sarà la comparabilità reale tra atenei, perché quando la selezione è nazionale ogni differenza nella difficoltà delle prove, nella vigilanza o nelle modalità di valutazione diventa un problema di equità. In parallelo, sarà decisiva la gestione dei recuperi per chi entra in graduatoria con insufficienze, sia per l’impatto sui carichi didattici sia per il messaggio che passa agli studenti sul significato della “soglia minima” richiesta.




